DIARIO DALLE ANTICHE SCENE.

Eccomi qua, caro pubblico mio. Ehm… forse non ho più un pubblico da almeno 82 anni… Cari lettori del mio postblog, allora. Questo è il mio diario, che aggiornerò via via in un unico post. Risponderò personalmente ai vostri commenti, ma non siate troppo arditi, OK? Ricordatevi che… sono morta!
3 luglio 2007.
MIO PADRE.
Tutti hanno un padre. Qualcuno lo ama, qualcuno lo odia. Qualcuno non l’ha mai conosciuto, qualcun altro non è certo della sua paternità… Padri troppo presenti, padri troppo assenti… Padri… Padri…
Il mio era speciale. E non solo perché fosse mio padre.
Intanto era gobbo. La dizione a quei tempi era ‘gibboso’.
Sì, ma malgrado questo grande problema lui non si arrese mai. Anzi.
Iniziò facendo l’attore. Sì, un gobbo sul palcoscenico, e non si vergognava. Aveva una bella voce baritonale, non come i soliti gobbetti, ed era anche bravo, dicevano.
Ma poi, ovviamente, dovette desistere, al contrario di suo fratello Angelo, un tipo grande e grosso, nella cui compagnia io debuttai bambina.
Una bella famiglia di attori.
Gerolamo Pezzaglia, riposte per motivi fisici le velleità di attore, rimase nel mondo dello spettacolo aprendo in Corso Garibaldi a Milano, proprio accanto al teatro Fossati, la più importante boutique del pelo artistico in città: parrucche, baffi, barbe teatrali per gli attori più o meno famosi in transito nella metropoli lombarda.
Si sposò, anche, con una donna del tutto fisicamente normale: mia madre Adelinda Monti, che mi dette alla luce il 13 sttembre 1889.
Ero cresciuta pochino quando Gerolamo mi affidò al fratello Angelo per farmi debuttare in teatro. Avevo sempre respirato quell’aria, e mi veniva naturale recitare. A quattro anni ero già in scena.
E quanto ne era contento il mio papà! Ne parlava con tutti. Stavo diventando quello che lui non era potuto diventare.
Mica ero gobba, io!
Quanto mi amavi, papigobbino…
Povero babbo, però: morì presto.
Nato nel 1855, trovò la sua fine nel 1899, quando io avevo solo dieci anni.
Come?
Dovete sapere che lui era molto amico (ma non pensate male) di un signore, certo Somaini, che faceva l’assistente comunale. Questo sfortunato signore fu investito da un tram, e pochi giorni dopo morì. Mio padre, come riferirono i giornali, ne ebbe un dolore così grande, ma così grande che fu preso da febbri altissime, culminate con la sua morte improvvisa a soli 44 anni.
La stampa lo descriveva come un personaggio popolare e simpatico, sottolineando il cordoglio unanime per la sua inaspettata dipartita. Al funerale intervennero tanti attori e attrici importanti.
C’ero anch’io, distrutta dal dolore, e anche amareggiata per non aver potuto assisterlo nelle sue ultime ore.
Ero infatti a Zara con la compagnia di Angiolone, mio zio, a recitare.
Ci precipitammo a Milano non appena saputo della fulminate malattia, ma arrivammo troppo tardi. Lui non c’era già più
Questo riferirono i giornali, e anche di quanto lui tenesse alla sua piccolina che calcava già con grande successo le scene.
Ero la sua gioia.
Cosa resta di lui?
Una fotografia in posa con i suoi baffoni insieme al fratello, un biglietto da visita del suo atelier di parrucche, qualche giornale ingiallito che ne parla e… tanto amore da parte della sua piccola che non ha visto crescere, ma che lo ha portato sempre nel cuore su tutti i palcoscenici in cui ha recitato.
Accidenti, adesso mi commuovo anche…
Ma vuoi capirlo, Paolina, che non ce li hai più gli occhi per piangere? Vuoi capirlo una volta per tutte che sei morta?
Paolina.
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30 giugno 2007.
IMPRECISIONI SU DI ME.
Credo sia fatale, per una che ha nel cognome una ‘e’ al posto di una ‘a’, incorrere in una serie inevitabile di imprecisioni.
Mi chiamo Pezzaglia con la ‘e’, ma, prevalendo tra i cognomi italiani la forma Pazzaglia con la ‘a’, spesso mi sono sentita chiamare così.
Questo può essere comprensibile da parte della cosiddetta ‘gente comune’, che può legittimamente equivocare, ma quando si arriva a perpetrare l’errore anche a livello ufficiale, beh, allora un po’ rompe, no?
Va bene dover continuamente correggere tutti quelli che sbagliano: “Mi chiamo Pezzaglia. P-e-zzaglia, capito?”. Ma come fai a correggere la carta? Quella che canta…
Infatti sul mio Stato di Famiglia, un bel libretto rilasciato dal Comune di Milano a me e a mio marito Antonio nell’anno 1908, io figuro come Pazzaglia Paolina in entrambi i punti in cui sono nominata.
E non solo: nella Notifica di Matrimonio rilasciata dalla parrocchia di S. Lorenzo Maggiore, Milano, si legge che Pazzaglia Paolina si è unita in sante nozze con Greco Antonio il giorno 14 maggio 1908.
Ancora Pazzaglia!
E’ il colmo. Col mio caratterino devo dire che m’incazzavo non poco a certe cose!
Ma è roba che si supera… specialmente da morti.
Oggi qualche sito internet ancora mi ricorda come Paola Pazzaglia, ma uno, quello famoso, IMDb, database internazionale del cinema, ha già dovuto correggere in Pezzaglia, un altro ancora non l’ha fatto. Provvederemo. Forse.
Però, ora che ci penso, ce n’è un’altra, di inesattezze, che mi segue persino nella tomba.
Io sono nata nel 1889, no? E allora come mai sulla mia lapide c’è scritto 1890? Mistero.
Torniamo dunque allo Stato di Famiglia di cui vi parlavo prima. Lì c’è scritto 1889. Però… Accidenti, la data… è impiastricciata. Cioè, si legge chiaramente 1889, ma si vede benissimo che prima era stata scritta un’altra cifra, evidentemente errata, e che la carta in quel punto risulta abrasa per cancellare l’errore, e sull’abrasione il numero è stato corretto in 1889. Cosa avevano scritto prima? E perché?
Non sarà stato mica che io mi fossi tolta un anno per civetteria?
Non credo proprio. Togliersi un anno solamente non è da attrice! Almeno cinque, minimo sindacale.
Quante piccole ma basilari inesattezze contribuiscono all’alone di mistero che circonda la vita di ogni diva, e io diva fui, diva dentro, e quando ero diva fuori, il mio istrionismo prevaleva, al di là di ogni inesattezza.
Per esempio, il nome: mi chiamo Paola o Paolina? Come sono stata battezzata? Perché a volte si legge Paola e altre volte Paolina?
Sulla tomba c’è scritto Paolina.
Volete constatare? Sono dentro un muro, in piccolo spazio, nel grande cimitero di Trespiano, a Firenze, subito dopo l’ingresso, a destra, sezione II Levante, ossario 1279.
E sulla mia lapide pende un’altro mistero: qualcuno la ricorda in pietra, di colore grigio scuro. Oggi la si vede in marmo, bianca. Cos’è successo? Perché questo cambiamento? Vale più l’evidenza o il ricordo di due diverse persone?
Indagheremo.
Anzi, indagheranno. Volete capirlo che io sono morta?
Paolina.
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28 giugno 2007.
RITAGLI DI GIORNALE.
Come ogni artista anch’io leggevo con trepidazione le recensioni alle mie prestazioni teatrali.
Quando era bambina, ancora nell’Ottocento, i miei genitori, e in particolare mio padre, che era un famoso parrucchiere teatrale di Milano, mi allestirono un album personalizzato, sulla cui copertina in velluto rosso era impresso in oro, tra fregi più o meno ‘liberty’, il mio nome: Paolina Pezzaglia.
Quel piccolo album è uno scrigno contenente un tesoro: e il tesoro sono gli articoli di giornale che parlavano di me, ritagliati e appiccicati sulle sue pagine adesso diventate storia.
Così si legge che ‘chi suscitò meraviglia ed entusiasmo fu la piccola attrice Paolina Pezzaglia, un tesoro di bambina che teneva il pubblico in pugno, il pubblico piangeva e rideva solo che lei avesse voluto. Fu chiamata al proscenio un numero infinito di volte’.
Ah, che bei ricordi… Questo successe a Mantova, all’Arena Virgiliana, in cui si rappresentava il dramma ‘La Palliduccia’. Correva l’anno 1897.
E quest’altro: ‘La bambina Paolina Pezzaglia riescì anche iersera superiore ad ogni elogio. Ha delle espressioni di voce così espressive da impressionare profondamente anche il cuore più indurito’. Mica male, vero? Questo si riferisce al dramma ‘La Mendicante di Sassonia’.
Dio, quante ne ho recitate di commedie, quanti drammi…
Ma la commedia vera, il dramma più lancinante è la vita. Anche se a volte io mischiavo le cose. Mi sembrava di essere sul palcoscenico anche quando ne ero fuori, e viceversa. Succede, a un attore.
Ma il palcoscenico era assai più gratificante della vita, come avrei constatato negli anni. Là sopra tutto sembrava meraviglioso. Leggendo quei giornali, dopo, poi, volavo in Paradiso.
Sentite questa: ‘Sabato sera bastò il nome di una fanciulletta a far accorrere un numerosissimo pubblico, desioso d’ammirare i pregi straordinari della piccola attrice che nel ‘Filo d’erba’ debuttava. Diciamolo subito, la immensa aspettazione degli spettatori non venne delusa. Paolina Pezzaglia ottenne un successo trionfale. Era una meraviglia vedere quella cara piccina di otto anni recitare ed agire con tanta animazione, con tanto slancio e con tanta disinvoltura. Il pubblico se l’avrebbe, come si suol dire, mangiata di baci. In tutto lo svolgimento dell’emozionante dramma giudiziario, lo chiameremo così, essa venne continuamente applaudita e richiamata all’onor del proscenio dalla folla entusiasta’.
Ecco cosa contiene lo scrigno del tesoro. E le critiche erano tutte uguali, tutte entusiastiche. Dovevo essere proprio brava!
In seguito, sbarcata nel Novecento, i successi continuarono, e altri ritagli di giornale lo provano. Perché continuai a raccoglierli, questa volta da me, per goderne, e lasciare qualcosa ai posteri.
Peccato che dei film che ho girato non esistano recensioni, almeno che io abbia potuto raccogliere.
Era il teatro, all’epoca, che attirava le carrozze, e i cavalli che portavano gli spettatori deponevano molta cacca davanti all’ingresso… almeno quando c’ero io sul palcoscenico!
Tra noi attori usava infatti un augurio che si usa tutt’ora: “Merda!”. Voleva dire ‘fortuna’, e la fortuna di una pièce teatrale dipendeva da quanta merda i cavalli avevano depositato davanti al teatro. Più ce n’era più spettatori erano entrati.
Da lì l’uso di questa odorosa parola tra noi artisti.
Che dirvi? Non ci sono più carrozze a cavallo, e la merda oggi ve la inalate nei polmoni. Ma devo star zitta io, che sono morta di polmonite…
Comunque, per quanto può valere, un bellissimo, fragoroso MERDA!!! a tutti voi.
Posso ancora urlarlo, sapete, anche se sono morta!
Paolina.
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25 giugno 2007.
IO UOMO.
Non vi spaventi il titolo, non vi induca in cattivi pensieri…
Oh, sì, certo, nel mio mondo c’è, c’era di tutto, le lesbiche non mancano e mancavano di certo, ma non fu il mio caso.
A me piaceva interpretare ruoli maschili. Mi si adattavano. E mi ci divertivo un casino (si dice così oggi, vero?). Ai miei tempi i casini erano solo quelli dove i signori uomini andavano a levarsi le voglie…
Ma torniamo a noi, al cinema e al teatro.
Cominciai sui palcoscenici ancora bambina a recitare ‘I due derelitti’, nel ruolo maschile di Fanfan, che faceva rizzare la gente dalle poltrone. Ma non per andare via…
Poi al cinema – ma ero già grande – fui un ganzissimo Biribì, nel film ‘Il mistero dei Montfleury’. Biribì era un ragazzino molto in gamba, coraggioso e fiero, che risolveva le situazioni. Recitavo con una scimmietta, e i miei vestiti erano laceri, il cappello in testa una specie di coppola malandata. Figlio della strada, Biribì afferrava il pubblico più dell’attor giovane e bello e dell’attrice maliarda. Ho sempre avuto questa qualità, io: qualunque cosa facessi attiravo l’attenzione del pubblico e mi mangiavo vivi tutti i compagni di recitazione.
Prim’attrice da sempre e per sempre.
Ancora in teatro ricordo la mia efficace interpretazione di Giannetto Malaspini ne ‘La cena delle beffe’, ma sicuramente altri devono essere stati i ruoli maschili che ho ricoperto. La mia memoria è quella che è, sapete, avendo io letteralmente perso il cervello…
Però ho saputo, nella mia arte, essere una femmina totale, a volte persino fatale. E’ così che deve essere un’attrice: sempre diversa e se stessa allo stesso tempo.
Il mio personaggio di punta nella mia maturità artistica fu quello della protagonista de ‘La nemica’, celebre dramma di Dario Niccodemi. Lì davo il meglio di me stessa, al punto che i miei fans (come direste oggi: allora erano ammiratori) fecero addirittura costruire una piccola statua che mi ritraeva nella scena madre del dramma. Ed era somigliantissima!
Quella statua esiste ancora.
Il mio caro nipote la tiene nell’ingresso di casa e la vede tutti i giorni. E’ come se io fossi lì con lui che non ho mai conosciuto. Anzi, è lui che non ha mai conosciuto me. Io di qua lo guardo…
Oh, non si sta male qua, ma ultimamente mi è tornata una voglia del palcoscenico… Quassù non si recita!
E quanto mi piacerebbe girare un film sonoro, a colori…
Umpf!
Non tutto è possibile, ma chissà… Sono sempre stata una sorridente ottimista, io.
In fondo che importa se sono morta?
Paolina.
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23 giugno 2007.
PERCHE’ PAOLINA.
Già: perché Paolina?
Prima mi hanno chiamata così perché ero una bambina: “Paolina qua, Paolina là…”, e in seguito hanno continuato a farlo in quanto non sono cresciuta poi troppo in altezza.
Oh, mica ero una nana… Ma Paolina ero e Paolina rimasi.
Nella tomba poi mi sono rimpicciolita assai.
Quella bambina che ero fu un prodigio. Ricordo la gioia di entrare in scena e immaginare tutti quei visi, là nell’ombra, che mi guardavano con un sorriso e una benevolenza particolare.
Avevo 4 anni, poi ne ebbi 5, 6, 7 ecc., e in tutta la mia fanciullezza ho sempre calcato i palcoscenici con maestria e sicurezza, come se fossi stata grande. Tutti se ne stupivano.
Mio zio Angiolone, il capocomico, era contento che attirassi tanto pubblico, ma un po’ ci rosicava: rubavo la scena a tutti, a lui per primo.
Nelle recensioni si leggeva:
‘La piccola Paolina Pezzaglia ha entusiasmato la platea con la sua bravura. Bene gli altri’.
Il ‘bene gli altri’ era la formula usata per non dare – agli altri – dei mediocri.
Io ero nata per il palcoscenico. Gli applausi mi esaltavano.
Sapete che mio padre era gobbo? Mi diceva sempre: “Tocca, tocca: ti porterà fortuna”. Cercava di esorcizzare la sua disgrazia. Ma forse un po’ di fortuna me la trasmise. Un attore deve recitare, e io ebbi la fortuna di non smettere mai.
La bambina prodigio divenne la vivace Paolina che elettrizzava il pubblico anche da adulta. E poi ero simpatica: spesso i miei ruoli, irresistibili, erano anche maschili.
Quanto mi sono divertita!
In verità vorrei divertirmi ancora un po’. Per esempio ho visto delle foto di scena che mi ritraggono in una valle insieme a parecchi altri attori, tutti maschi. Io, l’unica donna, avevo una lunga capigliatura e stavo arditamente in sella a un fiero cavallo con i miei stivaloni da amazzone.
Si tratta sicuramente di uno dei film che ho girato, ma sto lambiccandomi il cranio per cercare di ricordare il suo titolo.
Potrebbe essere ‘La capanna dello zio Tom’, oppure un altro di cui mi sfugge la memoria. Boh!?
Ah, darei qualsiasi cosa per potermi rivedere cavalcare!
Ma ormai non ho più niente da dare…
Accidenti, che disdetta essere morta!
Paolina.
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20 giugno 2007.
I MIEI AMORI.
Ho avuto un grande amore nella mia vita, dopo la recitazione: Antonio. Lui era un attore di cinque anni più grande di me. Abbiamo lavorato insieme nella stessa compagnia e… tra noi si è accesa la scintilla dell’amore. Ovviamente anche quella del sesso. Così rimasi incinta, e ci sposammo il 7 marzo 1908. Io avevo 18 anni. Il 6 giugno nacque nostro figlio, Ruggero. Ma Antonio morì poco tempo dopo, a soli 28 anni. E io rimasi sola col mio teatro. Nel frattempo però avemmo la grande soddisfazione di essere scritturati entrambi dal grande Ermete Zacconi. Il contratto che ci legò a lui nella stagione 1911/1912 prevedeva che noi percepissimo complessivamente 20 lire al giorno, così suddivise: 13 a me e 7 a lui. Io ero la prim’attrice, che volete farci? Antonio effettivamente non ne fu tanto felice… Io, però, senza false modestie, ero di livello nettamente superiore, e lo si sarebbe visto anche in seguito.
Così Antonio, dopo questo impegno prestigioso, decise di seguire una compagnia che andava in tournée in Brasile. Ma da laggiù tornò molto malato, per morirsene nella sua Torino nel 1913. Che dolore grande!
Ma la vita continua, si dice. Oh, per me continuò fra trionfi e problemi, e neanche tanto a lungo, ma continuò.
Col tempo mi rifeci una vita sentimentale, con un torinese che niente aveva a che fare col teatro, e anche questa volta rimasi incinta. Allora l’uso del preservativo non era molto diffuso…
Ma il signore in questione, non volendo assumersi la responsabilità di un figlio, scappò in Argentina e non si fece più vedere. Nacque Anna, e io rimasi ancora col mio teatro.
Che strano: per me tutti uomini torinesi che mi mettono incinta e poi scappano in Sudamerica!
Ma io ero diventata un’attrice di cinema, e gli impegni mi si accumulavano fitti e colmi di soddisfazioni.
A proposito: avete trovato da qualche parte i miei film?
Sto disperando di rivedermi più sullo schermo, ormai. Anche quello piccolo andrebbe bene, come la chiamate? Televisione, mi pare.
Su, da bravi, fate ricerche, cercateli in ogni dove. Io non posso. Come potrei?
Ehi, sapete che sto prendendoci gusto co’ ‘sto blog?
(Piace Paolina in blu?).
Però… Ahi, le ossa cominciano a farmi male. Devo smettere, per il momento.
In fondo che si pretende da me? Più di questo non posso fare: sono morta!
Paolina.


